Qualche considerazione sulle condizioni di (non)vita nel carcere di Catania

Un clima sempre più rovente si respira nelle carceri italiane dove il sovraffollamento sembra ormai essere una costante imprescindibile.

Non fa eccezione il carcere di Piazza Lanza dove, nel corso dell’estate, detenuti e detenute hanno attuato una sistematica battitura di stoviglie sulle sbarre delle loro celle, facendo sì che il rumore valichi le mura e si diffonda nel circondario.

Circa due mesi fa c’è stata anche una, delle purtroppo oramai frequentissime, morte sospetta. I sintomi di un infarto non sono bastati alla direzione carceraria e così Marcantonio De Angelis, 49 anni, si è visto prescrivere solo degli antidolorifici. Il detenuto, indagato per rapina ma proclamatosi da sempre innocente e costituitosi volontariamente, è morto per via di un mancato trasferimento in una struttura ospedaliera.

Questo luttuoso episodio è una delle recenti gocce in un mare di suicidi, alcuni solo tentati, atti autolesionisti e scioperi della fame.

Anche nella stessa piazza antistante il carcere si sono verificate azioni contro gli agenti penitenziari : dal fitto lancio di uova contro una camionetta e alla deposizione di gigli, sinonimo di lutto, sono su alcune macchine di secondini. Sono solo questi i fatti che sono dignitosi di trovar posto su tv e giornali locali, correlati da spaventate dichiarazioni del vice segretario dell’Osapp in merito alla crescente tensione che è sempre più palpabile nel carcere di Piazza Lanza.

Le contraddizioni di questa città spesso vengono offuscate ad arte dai mass media locali o edulcorate per non turbare eccessivamente gli animi dei cittadini. Anche il carcere, come istituzione, è l’emblema delle contraddizioni che sono insite in una città stretta nella morsa di una classe politica, quindi mafiosa, che specula sulla pelle dei più deboli.

Sono però le parole di un detenuto, che invia la sua lettera ai compagni Olga, bollettino mensile che segue le lotte carcerarie e da spazio alle testimonianze dei reclusi, a dare uno spaccato vivido della vita nel carcere catanese.

Lettera tratta dall’ultimo numero di OLGA

[…] La legge punisce lo sfruttamento al lavoro e la riduzione in schiavitù di qualsiasi

essere umano, ebbene, da anni i detenuti lavoranti dentro le carceri sono sottoposti a

sfruttamento e schiavitù. Lavorano dalla mattina alle 6 fino alle 19 di sera, in condizioni

di vera e propria sottomissione, schiavitù. Devono pulire, lavare, spolverare, passare

i pasti, spostare anche il più piccolo oggetto anche di natura personale per le guardie.

Comandati a bacchetta così come si comandavano anticamente gli schiavi. Umiliati e privati

di qualsiasi dignità umana.

E tutto per ricevere 250 euro mensili. Si, perché ufficialmente nelle carte risulta che

lavorano solo per poche ore al giorno, invece lavorano anche 12-14 ore al giorno.

Per questo tipo di sfruttamento e sevizie, la nostra legge prevede arresto nella flagranza

e non. Ma qui non si arresta nessuno e il reato è continuato giorno dopo giorno, ora

dopo ora, tutti sanno e nessuno interviene.

Parliamo anche di chi da anni si arricchisce alle spalle dei detenuti, sia dietro le carceri

sia al ministero della giustizia.

Diamo uno sguardo ai prezzi imposti per l’acquisto della spesa. Guarda caso, nessuna

procura, nessun magistrato ha mai indagato su questo.

Il detenuto è costretto ad acquistare dentro il carcere, tutti i beni di prima necessità,

compreso il cibo, perché quello che viene passato, oltre ad essere di pessima qualità. È

in commestibile ed insufficiente, dato il numero dei detenuti.

Si approfitta in primis dell’acqua. Che oltre ad essere una sottomarca, “PRIMAVERA”,

viene pagata 42 centesimi la bottiglia da un litro e mezzo, quando in qualsiasi discount

con 42 centesimi si comprano 2 bottiglie da 2 litri. Poi tutto il resto sono solo prezzi alterati

e merce scadente. Speculazioni per arricchire chi contribuisce a far prendere gli

appalti sia in sede sia a Roma.

Insomma, tangenti, appropriazioni e tanti altri illeciti convivono con noi, sotto gli occhi

di tutti, ma nessuno interviene. Nessuno apre un’indagine su questi fatti, nessuno indaga

su chi gestisce questi traffici, ma soprattutto nessuno, tra direttori, guardie, ministri

e magistrati viene in queste celle a rieducarsi. Non possiamo comunque dire che il ministro

Alfano non sia un buon siciliano. Ha infatti subito messo in atto il famoso detto:

“niente so e niente vidi”. Bravo ministro, “La legge è uguale per tutti” e la libertà?

Un saluto a tutti e buona fortuna di cuore.

16 luglio 2010

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